9 marzo 2016

THE SNAPPER

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Gran Bretagna 1993

di Stephen Frears

Soggetto e sceneggiatura: Roddy Doyle, dal suo romanzo; fotografia (col.): Oliver Stapleton; scenografia: Mark Geraghty; costumi: Consolata Boyle; montaggio: Mick Audsley; musica: Stanley Myers; interpreti: Tina Kellegher (Sharon), Colm Meaney (Desmond “Dessie” Curley, suo padre), Ruth McCabe (Kay), Colm O’Byrne (Darren), Eanna McLyam (Craig), Ciara Duffey (Kimberley), Joanne Gerard (Lisa), Peter Rowen (Sonny), Deirdre O’Brien (Mary); direttore di produzione: Ian Hopkins, Mark Shivas, Lynda Myles; produzione: BBC Films; durata: 90’.

Barrytown è un immaginario quartiere di Dublino. Qui vive la famiglia Curley, composta dal padre Dessie, imbianchino, dalla madre Kay e dai loro sei figli, tre maschi e tre femmine. La più grande, la ventenne Sharon, lavora al supermarket. Una sera, dopo qualche birra di troppo con le amiche, la ragazza ha un ben poco eclatante rapporto sessuale nel parcheggio della discoteca con un vicino di casa più vecchio di suo padre. Qualche settimana più tardi, Sharon confessa di essere incinta ai suoi genitori, che la ascoltano con grande comprensione. Ma quando Sharon non vuole rivelare il nome del futuro padre, i Curley si arrabbiano. Apprenderanno l’identità dell’uomo, George Burness, dopo che questi si è vantato con gli amici al pub. Ferita dalla malignità della gente, Sharon vuole andarsene di casa. Ma il padre la invita a restare e la accompagna in ospedale a partorire.

Lo “snapper” del titolo è un piccolo marmocchio che arriva, letteralmente, a “rompere le scatole”, laddove non era stato richiesto. Precisamente, in una famiglia di bassa estrazione sociale che vive in un quartiere di fantasia, chiamato Barrytown, corrispondente a quello reale di Kilbarrack, situato nella parte nord di Dublino. Lungi dal farne una tragedia, i Curley si attivano e si organizzano nel migliore dei modi perché la figlia possa serenamente dare alla luce il bambino, denotando una predisposizione alla solidarietà e all’unità tra i vari componenti che già nell’originale letterario di Roddy Doyle, da cui il film è tratto, rappresentava una caratteristica essenziale della famiglia irlandese. Emblematiche, nel film, le scene in cui la madre di Sharon respinge con decisione le vibrate proteste della moglie tradita, lo schieramento delle sorelle a protezione della loro casa, la festosa visita collettiva a Sharon che ha appena partorito. Una visione della famiglia che tuttavia non indulge mai a una rappresentazione edulcorata, come conferma l’accanimento anche crudele, ma divertente per lo spettatore, con cui i sei fratelli Curley si sfidano e si prendono in giro.

Per i Curley, in ogni caso, non esisterebbero soluzioni diverse da quella di far nascere il piccolo, dato che la legge d’Irlanda, profondamente influenzata da una cultura cattolica assai conservatrice, non prevede l’ipotesi dell’aborto. A preoccupare i Curley, tuttavia, non sono gli aspetti materiali della questione, nonostante la famiglia non appartenga certo a una classe sociale elevata. E anzi la posizione sociale della famiglia sembrerebbe garantire quei valori umanissimi di solidarietà e comprensione. Preoccupa invece il pregiudizio della comunità nei confronti di una maternità vissuta al di fuori del vincolo matrimoniale e di una relazione extraconiugale aggravata dalla grande differenza di età che separa i due protagonisti. Quella rappresentata è dunque una società così attenta alle apparenze e all’immagine pubblica degli individui, che rivela tutto il suo perbenismo ipocrita e un facile e spietato moralismo.

Di contro, spicca nel film la particolare relazione che unisce Sharon a suo padre, che cancella tutte le convenzioni narrative legate alla difficoltà dei rapporti intergenerazionali e ai relativi conflitti che generalmente ne scaturiscono. Poter portare a termine la propria maternità in modo sereno significa infatti per Sharon legittimare quel senso di dignità e orgoglio personale che lei stessa ha elaborato dopo lo scandalo. Per il personaggio di Dessie Curley, simpatico e gioviale, la maternità della figlia diventa invece un’occasione per rivivere nuovamente quell’entusiasmo nei confronti della vita che esprime tutta la valenza simbolica del personaggio. Il suo è un punto di vista ironico e ottimista su un clima sociale particolarmente chiuso e diffidente nei confronti della libertà sessuale e dell’uso dei contraccettivi. Chiedendo a un giovane padre recidivo se ha mai consultato un opuscolo sulla contraccezione, Dessie Curley si propone anche come modello per le nuove generazioni in vista di un affrancamento dall’oscurantismo religioso e culturale.

Umberto Mosca

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