23 febbraio 2016

LA RICERCA DELLA FELICITÁ

Alla Ricerca della Felicita

The Pursuit of Happiness, Usa 2006

di Gabriele Muccino

Soggetto e sceneggiatura: Steve Conrad; fotografia (col.): Phedon Papamichael; scenografia: J. Michael Riva; costumi: Sharen Davis; montaggio: Hughes Winborne; musica: Andrea Guerra; interpreti: Will Smith (Chris Gardner), Jaden Smith (Christopher), Thandie Newton (Linda), Brian Howe (Jay Twistle), James Karen (Martin Frohm), Dan Castellaneta (Alan Frakesh), Kurt Fuller (Walter Ribbon), Takayo Fischer (la signora Chu); direttore di produzione: Todd Black, Jason Blumenthal; produzione: Overbrook/Escape Artists/Columbia; durata: 117’.

San Francisco, anni Ottanta. Chris Gardner vive in un minuscolo appartamento con moglie e figlio, il piccolo Christopher di cinque anni. Tempo prima Chris ha investito in un lotto di macchinari medici che tuttavia riesce a piazzare con grande difficoltà. Un giorno decide di fare domanda come stagista in un’importante agenzia di borsa: l’ennesima trovata che causa l’esasperazione della moglie. Non passa molto tempo che la donna decide di andare a lavorare a New York. Il figlioletto resta con lui, ma ad attenderli vi sono tempi bui. Almeno fino a quando Chris non risulterà il più brillante del corso di stage e sarà assunto come broker di borsa.

Ispirato a una vicenda autentica, il film diretto da Gabriele Muccino narra la storia attraverso la prima persona del protagonista, un ventottenne che ha dato al figlioletto il suo stesso nome. Ci troviamo nelle fasi iniziali dell’era di Ronald Reagan e la dura legge dell’economia prevede che un riscatto sia possibile solamente per coloro che dimostrano di essere più preparati e determinati degli altri. Si tratta di una vera e propria selezione sociale, in cui per ottenere un lavoro sicuro e gratificante occorre spesso investire di tasca propria senza alcuna garanzia di un ritorno (emblematiche, in tal senso, sono le scene in cui a Chris capita di anticipare alcune piccole spese per i suoi futuri datori di lavoro). Il fatto che il piccolo Gardner porti lo stesso nome del padre può facilmente evocare una dimensione simbolica, suggerendo una condizione di precarietà che proprio a partire dagli anni Ottanta andrà a colpire un po’ tutte le generazioni future. La presidenza di Reagan è infatti quella che ha segnato lo smantellamento di tutta una serie di garanzie legate all’assistenza sociale dei cittadini americani, e che ha colpito in maniera profonda le famiglie, soprattutto quelle con figli a carico. L’affanno e l’accumulo di stress con cui Gardner attraversa la città in lungo e in largo alla ricerca di clienti disposti ad acquistare i suoi macchinari esasperano l’esistenza di quella figura del rappresentante di commercio che costituisce un modello emblematico della società statunitense e dell’immaginario collettivo ad essa correlato. In tal senso, il film, a partire dal suo titolo, costituisce una riflessione in forma di commedia di quel “diritto alla ricerca della felicità” di cui parlava alla fine del Settecento il Presidente Thomas Jefferson.

Tra le fonti di ispirazione dell’opera vi è senz’altro il Ladri di biciclette di Vittorio De Sica (1948), di cui qui si ripropone lo sguardo privilegiato del bambinetto nei confronti di un genitore disperato, ma fieramente determinato nel risolvere la situazione a vantaggio proprio e della sua famiglia. Ed è nella prospettiva dell’osservazione dal basso che le azioni in cui si trovano coinvolti i due Gardner vengono ad assumere un forte sentimento di pathos. Come bene esprimono le scene in cui il padre accompagna il ragazzino alla scuola materna, con il fiatone già di prima mattina, o ancora quelle in cui dopo la scuola il piccolo Christopher è costretto a seguire l’adulto nei suoi frenetici spostamenti per le vie della città. Anche fino a tarda sera, oppure di notte, come accade dopo che i Gardner ricevono lo sfratto dal motel in cui si sono trasferiti. Ed è qui che il racconto diventa decisamente toccante, con il genitore che deve inventarsi un gioco di fantasia per distrarre il bambino dal fatto che si sono rifugiati a dormire nel bagno della metropolitana. Si tratta di un passaggio importante da più punti di vista, e soprattutto perché è qui che l’adulto si rende conto della necessità di fornire al figlio il corredo di strumenti necessari a non provare troppa paura nei confronti delle difficoltà e degli ostacoli che si presentano sulla sua strada.

La ricerca della felicità è essenzialmente un film che parla della gestione del tempo e di come spesso i rapporti tra genitori e figli debbano scavarsi un solco in mezzo agli infiniti impegni che costringono l’uomo contemporaneo a correre costantemente. Attraverso la sua continua tensione narrativa consente allo spettatore di riflettere come una delle forme prevalenti di povertà nelle società occidentali coincida non solo con l’incertezza economica, ma anche con la sempre crescente indisponibilità a gestire in modo equilibrato i tempi del lavoro e quelli della vita privata.

Umberto Mosca

torna indietro

Vai alla barra degli strumenti