23 febbraio 2016

LA GUERRA DI MARIO

guerra mario

Italia 2006

di Antonio Capuano

Soggetto e sceneggiatura: Antonio Capuano; fotografia (col.): Luca Bigazzi; scenografia: Lino Fiorito; montaggio: Giogiò Franchini; musica: Pasquale Catalano; interpreti: Valeria Golino (Giulia), Mario Grieco (Mario), Andrea Renzi (Sandro), Anita Caprioli (Adriana Cutolo), Rosaria De Cicco (Nunzia), Antonio Pennarella (Guido), Valeria Sabel (Olga), Lucia Ragni (il giudice), Imma Villa (la tutrice di Mario), Nunzio Gallo (il nonno); direttore di produzione: Francesca Cima, Nicola Giuliano, Domenico Procacci; produzione: Indigo Film/Fandango; durata: 100’.

Mario è un bambino di nove anni che il Tribunale dei Minori ha sottratto alla madre Nunzia, che lo maltrattava. Mario è considerato un bambino difficile, continuamente attratto dalla vita della strada. Giulia e Sandro sono una coppia di quarantenni che convivono da due anni, senza figli, che decidono di chiedere in affidamento un bambino. Poco tempo dopo l’arrivo del piccolo la coppia va in crisi: Giulia è favorevole a una crescita del bambino che avvenga secondo criteri troppo rigidi, mentre Sandro è profondamente amareggiato per il comportamento conflittuale che Mario ha nei suoi confronti. Dopo la scelta temporanea di vivere in case separate, Giulia si trova nella difficile condizione di seguire Mario da sola. Invece di aiutarla con un’adeguata comprensione, il giudice minorile e la psicologa paiono incapaci di liberarsi dalla loro visione unilaterale delle cose. Fino a quando il bambino non verrà affidato a un’altra coppia.

La guerra di Mario è un film incentrato sul tema dell’affidamento, e in particolare sull’incontro/scontro tra un bimbo cosiddetto “difficile” e la coppia cui è stato affidato dai servizi sociali. A causa dell’atteggiamento incostante e scorbutico del ragazzino, che porta l’uomo a sentirsi inadeguato rispetto al compito, ben presto viene a stabilirsi un rapporto pressoché esclusivo tra la donna e Mario. Giulia è certamente più paziente e disposta a misurarsi con umiltà con le bizze del piccolo, con le sue intemperanze e i suoi rifiuti anche violenti. Tra i due è soprattutto una questione di emozioni forti e di sentimenti contrastanti, come sottolinea l’utilizzo all’interno dell’opera di una componente cromatica dal valore emblematico. Non è un caso, dunque, che il film si apra con la pittura murale fatta direttamente con le mani da Mario, che spalma su una parete bianca (scopriremo che è quella della scuola) una spessa materia colorata di rosso L’attitudine al disegno da parte del ragazzino è peraltro evidenziata nelle scene in cui egli ritrae il suo amato cagnolino trovato per strada, e ad essa fa da contraltare l’attività di docente di storia dell’arte da parte di Giulia. Il rosso che rimanda all’urgenza di esprimersi di Mario deve essere confrontato con il blu profondo tipico dei dipinti di Yves Klein di cui parla l’insegnante ai suoi studenti. Si tratta di colori puri, con tutto quel portato di inattingibilità che costituisce una componente fondamentale dell’arte, nella misura in cui si fa veicolo di sensazioni intense e difficilmente oggettivabili.
Reduce da un’esperienza traumatica accanto alla sua madre naturale, che lo sottoponeva a frequenti maltrattamenti, Mario si trova ora a misurarsi con una presenza materna diversa, molto più affettuosa e attenta ad ogni sua esigenza. Ma come capita con tutti i bambini, questo non gli basta. Il ragazzino deve confrontarsi con il mondo esterno, con le sue paure e inquietudini. E dunque con quella pratica dell’immaginazione e della fuga dal reale che nel suo caso si esprime attraverso periodiche fughe in un mondo di fantasia dove si combatte una guerra spaventosa e sanguinosa tra bambini, in cui Mario è una sorta di eroe resistente. Tale luogo costituisce certamente la rappresentazione del vissuto di Mario, di una percezione della vita basata sulla sofferenza e sul conflitto. Da qui anche l’attrazione costante nei confronti della vita di strada, laddove l’attrazione per un animale, il cagnolino Mimmo, denota il fascino esercitato dal vagabondaggio e dalla libertà dai vincoli familiari e sociali. Intelligente e davvero interessata alla piena realizzazione del piccolo, Giulia è attenta a non soffocare troppo le sue attitudini in nome di un ideale rigido di educazione. Risulta chiaro come ella abbia inteso l’esperienza dell’affidamento secondo la necessità e l’esigenza di “mettersi in gioco”, così come affiora nelle discussioni con il suo compagno che invece è ritornato a vivere dai suoi genitori (simbolico, in tal senso, il “ritornare indietro” dell’uomo). Ma la disponibilità di Giulia a lasciare il dovuto spazio a Mario provoca lo spiacevole inconveniente dell’assistente sociale che sorprende il piccolo e un amico a chiedere l’elemosina in strada. A questo episodio si assomma il comportamento ribelle di Mario che imbratta di rosso i muri della scuola, provocando la reazione intollerante dell’istituzione scolastica. E’ a quel punto che il giudice minorile, sempre più attento a dimostrare la propria equità che non a misurarla con le vere contingenze, decide di affidare Mario a un’altra coppia, gettando Giulia e il piccolo in una condizione di sconforto.

Umberto Mosca

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