2 marzo 2016

JONA CHE VISSE NELLA BALENA

JONA

Italia/Francia 1993

di Roberto Faenza

Soggetto: dal romanzo Anni d’infanzia di Jona Oberski; sceneggiatura: Roberto Faenza, Filippo Ottoni; fotografia (col.): Janos Kende; scenografia: Maria Ivanova, Laszlo Gardonyi; costumi: Elisabetta Berardo; montaggio: Nino Baragli; musica: Ennio Morricone; interpreti: Luke Petterson (Jona a quattro anni), Jenner Del Vecchio (Jona a sette anni), Jean-Hugues Anglade (Max, il padre), Juliet Aubry (Hanna, la madre), Francesca De Sapio (la signora Daniel), Djoko Rosic (il signor Daniel); direttore di produzione: Elda Ferri, Aron Sipos, Emmanuel Schlumberger; produzione: Jean Vigo/International French Production/Focus Film/Rai 1; durata: 95’.

1942. Jona ha quattro anni e vive ad Amsterdam con i genitori ebrei. Un giorno il piccolo viene portato via dai nazisti insieme alla madre, che tuttavia riesce a farsi liberare esibendo un visto per la Palestina. La vita riprende tranquilla, interrotta solamente dai comportamenti discriminatori di alcuni abitanti del quartiere. Ma un giorno i nazisti li prendono e trasferiscono nel campo di smistamento di Westerbrock, dove accadono cose strane agli occhi del piccolo. Si parte di nuovo, ma invece che in Palestina, come tutti pensano, si va a Bergen-Belsen, un campo di transito in Germania. Qui i genitori possono vedersi sempre più raramente e il padre muore per gli stenti. Arriva il giorno di un nuovo trasferimento, mentre la madre di Jona è gravemente ammalata. Il convoglio viene bombardato e i sopravvissuti liberati dall’Armata Rossa. La mamma muore nel bel villaggio di campagna dove sono stati portati. Jona viene affidato ai vecchi amici dei genitori ad Amsterdam.

 

Tratto dal romanzo autobiografico di Jona Oberski, il film tratta il tema dell’antisemitismo e della shoah da un punto di vista molto particolare. Una tale prospettiva si impone sin dall’inizio: la narrazione si svolge infatti sul filo del ricordo, per mezzo della voce narrante del piccolo protagonista. Jona ha appena quattro anni quando le sirene di allarme si mettono a suonare minacciosamente e i tedeschi irrompono nella sua casa urlando in una lingua sconosciuta. La sua visione del mondo è quella di chi è sensibile al dolce incanto di una nevicata, in una scena che introduce quel tono fiabesco che costituisce il filtro attraverso cui il personaggio percepisce gli eventi nella prima parte del film. Protetto e rassicurato dal calore della sua famiglia, Jona vede e sente, ma non comprende il vero significato degli eventi che si svolgono intorno a lui. Come quando un ragazzo più grande distrugge i suoi giochi, o quando gli viene cucita sulla giacca un’enorme e scomoda stella di cartone giallo, o ancora quando la mamma litiga col verduriere che non vuole venderle gli ortaggi. Ma è proprio attraverso questa originale percezione che i comportamenti e le azioni discriminanti e violente nei confronti degli ebrei sono avvolti in un’atmosfera che li rende ancora più assurdi e privi di senso. Come nella scena di ingresso nel campo di Bergen-Belsen, in cui dei signori vestiti tutti allo stesso modo li accolgono manovrando delle strane macchine (si tratta delle cineprese con cui i tedeschi riprendono i deportati ebrei per fornire materiale cinematografico alla propaganda interna).

Una visione della realtà che tende alla rimozione o alla rielaborazione fantastica degli eventi attraverso l’immaginazione contraddistingue il personaggio di Jona anche quando questi è più grandicello. All’età di sette anni, infatti, deve arrangiarsi a immaginare che cosa stiano facendo la mamma e il papà, delle cui figure vede soltanto una piccola porzione, all’interno dell’infermeria dove si sono rinchiusi da molto tempo. Oppure deve confrontarsi, con i pochi mezzi d’interpretazione di cui dispone, con la morte del padre che avviene proprio nel letto accanto al suo. Rispetto a questo evento, nei giorni successivi, dopo essersi dimenticato di avvisare la madre del decesso del genitore, dovrà affrontare una vera e propria prova d’iniziazione. È costretto dai suoi amichetti a entrare nel luogo in cui sono ammassati sotto le lenzuola i cadaveri dei deportati. Terrorizzato, Jona rompe un vetro e si dà alla fuga, ma il suo coraggio viene apprezzato dai compagni di gioco. Assecondando la curiosità tipica dell’infanzia, ogni angolo del campo diventa per il personaggio un’occasione per realizzare delle scoperte che stanno a metà tra la stramberia e la meraviglia. Il campo di concentramento è l’ambiente in cui Jona vive il proprio percorso di formazione, diventando, com’è tipico dell’infanzia, il centro dell’universo. In una tale prospettiva, questo luogo abitualmente rappresentato come mostruoso e abnorme, acquista la forma della consuetudine e della normalità.

Jona cresce costretto a cercare da sé le risposte alle cose strane che si pongono sul proprio cammino, come quando comincia a trovare sbarrata la strada che porta all’ospedale dove abita sua madre. O come quando, affidato a un’anziana coppia dopo la fine della guerra, deve ricorrere all’immaginazione per ritrovare la voglia di vivere nella nuova casa. Nell’incontro fantastico con il padre che scrive a macchina, materializzazione di un lontano ricordo, Jona trova lo stimolo per affrontare la sua nuova condizione.

Umberto Mosca

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