22 febbraio 2016

IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE

Il bambino con il pigiama a righe

The Boy in the Striped Pijamas, Usa/Gran Bretagna 2008

di Marc Herman

Soggetto: dal romanzo di John Boyne; sceneggiatura: Mark Herman; fotografia (col.): Benoit Delhomme; scenografia: Martin Childs; montaggio: Michael Ellis; musica: James Horner; interpreti: Asa Butterfield (Bruno), Jack Scanlon (Shmuel), Vera Farmiga (la mamma di Bruno), David Thewlis (il padre di Bruno), Rupert Friend (il tenente Kotler), David Hayman (Pavel), Cara Horgan (Maria); direttore di produzione: Christine Langan; produzione: Miramax Films/BBC Films/Heyday Films; durata: 92’.

Bruno ha otto anni, è il figlio di un alto ufficiale nazista che un giorno viene trasferito a dirigere un campo di concentramento in aperta campagna. Il dispiacere per aver dovuto salutare i compagni di giochi della città, trova una consolazione il giorno in cui Bruno decide di contravvenire alle regole e, allontanandosi dalla casa, di esplorare l’ambiente circostante. Così fa la conoscenza di Shmuel, un coetaneo ebreo prigioniero del campo. I due diventano amici e, al cibo portato da Bruno, Shmuel ricambia con il racconto dei bizzarri avvenimenti di cui è protagonista. Finché Bruno non decide di passare dall’altra parte per aiutare l’amico a trovare il padre e i due bambini finiscono in un gruppo destinato alla camera a gas.

Il punto di forza del film risiede nello spostamento del punto di vista sulla Shoah. Da una parte, infatti, si mantiene una prospettiva sui fatti che passa attraverso lo sguardo di un bambino, sempre molto efficace per quanto riguarda il coinvolgimento e l’attivazione della sensibilità dello spettatore, dall’altra in questo caso il bambino è un tedesco non ebreo. Inoltre il protagonista è figlio non di una vittima, ma di un carnefice. Una tale novità produce effetti decisivi per quanto concerne la partecipazione del pubblico alle sorti del bambino, rivelando alcuni meccanismi della narrazione che non sono per nulla scontati e restituisce originalità e freschezza a una storia raccontata tantissime volte. Tale strategia trova il suo compimento nel finale del film, quando lo spettatore si sorprende a sperare che il piccolo Bruno possa essere salvato in extremis, laddove sembrerebbe invece essere rassegnato al sacrificio del suo coetaneo ebreo. Prodotto dalla Disney, Il bambino con il pigiama a righe rappresenta un interessante esperimento di cinema che, a partire dal modello dell’intrattenimento per famiglie (il film è stato distribuito nel periodo natalizio), dirotta l’attenzione su tematiche storiche e umane assai poco leggere e molto delicate.

Seguendo la prospettiva dello sguardo del bambino, il racconto sceglie di introdurre molto gradualmente gli elementi iconografici di solito collegati dall’Olocausto (le recinzioni, le baracche dei deportati, le ciminiere, il fumo che sale), in maniera da restituire uno sguardo nuovo e innocente sulle cose. Decisivo è il fatto che, andando alla scoperta del mondo circostante, Bruno proceda alla costruzione del sé e che interrogandosi sulle condizioni dell’Altro (ancor prima del piccolo Shmuel, il domestico Pavel) inizi a mettere in discussione i precetti trasmessigli dal padre. Chiaro come l’elemento catalizzatore del racconto corrisponda al momento in cui l’istitutore afferma che se riuscisse a trovare un ebreo buono il piccolo Bruno sarebbe il più grande degli esploratori. Si tratta di un vero e proprio invito, sebbene involontario, ad assecondare fino in fondo la propria curiosità e il proprio naturale desiderio di costruire una vera amicizia.

E’ in questi passaggi che il film fonde perfettamente un’insofferenza tipica nei confronti delle regole troppo severe imposte dagli adulti con gli spunti di riflessione sui principi che animano le dittature e i totalitarismi. Si tratta infatti di una continua evasione rispetto a quelle che sono le più spontanee domande di vita formulate dall’individuo, domande che da sole rivelano l’assurdità di certe situazioni, come quando Bruno chiede ai genitori perché i contadini che vivono oltre i muri di casa portino il pigiama. Oppure come quando il protagonista inganna la madre dicendo che gli oggetti nascosti del cesto sono libri di avventure quando invece si tratta dei panini per Shmuel. Come a voler distinguere tra l’innocente peccato di alcune letture proibite e la colpa inconfessabile dell’aiuto dato a un ebreo.

Umberto Mosca

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