8 marzo 2016

DOV’È  LA CASA DEL MIO AMICO? 

 dov'e la casa del mio amico

Khaneh-ye doost kojast?, Iran 1986-87

di Abbas Kiarostami

Soggetto e sceneggiatura: Abbas Kiarostami; fotografia (col.): Farhad Saba; scenografia: Reza Nami; interpreti: Babak Ahmadpur (Ahmad), Ahmad Ahmadpur (Mohamed Reza Nematzadeh), Farhang Akhavan, Khodabakhsh Defai, Iran Otari, Ayat Ansari, Sedigheh Tohidi, Peiman Mohafi, Tayebeh Soleimani, Mohamed Reza Parvaneh; produzione: Kanun; durata: 85’.

Pardo di bronzo al Locarno Film Festival 1989.

Una scuola dai muri sbrecciati, a nord-est di Teheran. Il maestro rimprovera Mohamed perché ha fatto i compiti su un semplice foglio, avendo dimenticato il quaderno a casa di un cugino. Se succederà ancora, verrà espulso dalla scuola. Tornato a casa, Ahmad si accorge di aver preso per sbaglio il quaderno del suo compagno Mohamed. Per evitare all’amico la severa punizione, decide, di nascosto dalla madre, di recarsi al suo villaggio per restituirgli il quaderno. Ma Ahmad non conosce il suo indirizzo: la strada è lunga e faticosa e le ricerche infruttuose, anche per l’incomprensione degli adulti cui egli chiede informazioni. Finalmente, a tarda sera, un vecchio falegname può indicargli l’abitazione dell’amico, ma è troppo tardi. Mohamed non farebbe più in tempo a fare i compiti per il giorno successivo, così Ahmad decide di scriverli per entrambi.

Dov’è la casa del mio amico? è essenzialmente un film di viaggio. Utilizzando una “tecnica del pedinamento” di matrice neorealista, l’autore mette in scena il cammino di Ahmad attraverso la campagna che separa il suo villaggio (Quoker) da quello dell’amico (Posteh) e quindi tra i viottoli della stessa Posteh. Simbolo del suo viaggio di ricerca è senz’altro il sentiero a zig zag che va a Posteh, disegnato sulla collina sormontata da un albero solitario. Due figure, quelle del serpente e dell’albero, che costituiscono un’allegoria del desiderio di conoscenza che funge da motore per la formazione del personaggio; rappresentano infatti la curiosità di Ahmad nei confronti di ciò che si trova al di là dei ristretti confini della sua casa, dentro la quale lo vorrebbero costringere la madre e la nonna. Si può notare anche l’utilizzo degli elementi architettonici del cortile e dell’abitazione per sottolineare il regime di chiusura, fatto di obblighi e divieti, cui viene sottoposto Ahmad. È interessante, inoltre, il fatto che il sentiero a zig zag sia stato fatto tracciare ai bambini protagonisti prima delle riprese del film e che l’albero sia stato appositamente trapiantato laddove prima non c’era, secondo quel legame profondo tra il cinema e l’esperienza di vita (i bambini sono attori non professionisti) che caratterizza l’opera di Kiarostami e di altri autori iraniani.

La scelta compiuta da Ahmad di lasciare la casa nonostante il divieto della madre è da leggersi come un’assunzione di responsabilità nei confronti dell’ottusità degli adulti: nei confronti dell’inflessibilità con cui il rappresentante dell’istituzione scolastica impone le sue regole, ma anche nei confronti della miope determinazione con cui la madre si ostina a non considerare le ragioni del figlio; nei confronti, infine, dei personaggi incontrati lungo la strada, che risultano essere sempre troppo impegnati nelle loro faccende per dar retta al ragazzino. E’ il caso, ad esempio, della donna cui è caduto in strada il lenzuolo, dell’uomo con l’asino, del vetraio che rimpiange i bei tempi passati e si muove in modo estremamente lento, esasperando il protagonista e lo spettatore del film. Tutto ciò favorisce l’identificazione con il personaggio di Ahmad (a questo proposito, è importante sottolineare la strategia narrativa costante con cui si fa puntualmente slittare il momento dell’incontro tra i due protagonisti, rendendo Ahmad. davvero troppo piccolo in confronto all’impresa che deve svolgere).

Centrale nel film è il rapporto tra il protagonista e gli anziani. A partire dalla nonna, che ripete all’infinito una serie di regole di comportamento di tipo formale, come quella di togliersi le scarpe prima di entrare in casa; proseguendo con i due vecchi incontrati a Posteh, che parlano dell’importanza, per un bambino, del rispetto della tradizione; per finire con il vetraio, che invece di dare ascolto al piccolo, si sofferma sulle moderne tecniche di costruzione delle finestre, un argomento rispetto al quale Ahmad non può che essere completamente indifferente. Da ricordare, ancora, la figura di un altro compagno di Ahmad, incontrato lungo la strada, costretto dai familiari a trasportare pesantissimi secchi pieni di latte. Attraverso queste relazioni intergenerazionali a senso unico viene sottolineato il ruolo indiscutibile esercitato dalla tradizione all’interno della comunità e la totale subordinazione a essa delle istanze provenienti dalla componente più giovane della comunità stessa.

Umberto Mosca

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