8 marzo 2016

DOTTOR KORCZAK 

 DOTTOR

Korczak, Polonia/RFT/Francia, 1990

di Andrzej Wajda

Soggetto e sceneggiatura: Agnieszka Holland; fotografia (b/n): Robby Müller; scenografia: Allan Starski; costumi: Malgorzata Stefaniak; montaggio: Ewa Smal; musica: Wojciech Kilar; interpreti: Wojciech Pszoniach (Janusz Korczak), Ewa Dalkowska (Stefa), Piotr Kozlowski (Heniek), Marzena Trybala (Estera), Wojciech Klata (Szloma), Adam Siemion (Abramek), Karolina Czernicka (Natka), Agnieszka Kruk (Ewka), Kuba Jablonski (Musiek), Anna Muca (Sabinka); direttore di produzione: Regina Ziegler, Janusz Morgenstern, Daniel Toscan du Plantier; produzione: Filmstudio Perspektiva/Telmar Film Intl./Erato Films/ZDF/BBC Films/Les Films du Losange/CNC; durata: 113’.

Il medico e scrittore Janusz Korczak è un ebreo polacco. Educatore, è anche il responsabile di un orfanotrofio di Varsavia in cui accoglie e cura circa duecento bambini. Durante l’invasione nazista della Polonia, è stato costretto a trasferire la sua Casa degli orfani all’interno del ghetto ebraico, dove prosegue nel suo operato. Korczak è impegnato su più fronti. Se da una parte deve confrontarsi con le esigenze materiali e con i problemi di convivenza dei suoi ragazzi, dall’altra deve mediare per la sopravvivenza dell’orfanotrofio con le figure di rilievo politico all’interno del ghetto. Per un lungo periodo egli riesce a evitare che i costanti rastrellamenti tedeschi tocchino i suoi protetti, rinunciando alle numerose occasioni che gli si prospettano per mettersi in salvo. Fino al 6 agosto 1942, giorno in cui Korczak deve scortare i suoi bambini, ignari della sorte che li attende, fino al campo di concentramento di Treblinka, dove moriranno tutti.

Costruito intorno al tema centrale dell’antisemitismo e della shoah, il film è ambientato in uno dei luoghi più emblematici della persecuzione nazista: il ghetto di Varsavia. Il personaggio del dottor Korczak (ispirato all’educatore ebreo Henryk Goldzmit), che si trova al centro del racconto, rappresenta una figura straordinaria di educatore e insegnante, che fa della funzione pedagogica la ragione suprema alla quale sacrificare anche la propria vita. Il suo compito è quello di offrire un’accoglienza ai figli degli ebrei discriminati e deportati, cercando di tenerli lontani, sia materialmente sia psicologicamente, da ciò che accade nel mondo esterno, oltre le mura dell’orfanotrofio. Per fare questo, Korczak si attiva nel costruire e nutrire un clima di forte solidarietà e mutua assistenza all’interno del proprio istituto. Egli diventa, nello stesso tempo, un maestro e un padre per i ragazzi, venendo chiamato quotidianamente a risolvere ogni problema e ogni disputa, ma sempre cercando di responsabilizzare le parti della contesa. Il modello formativo di Korczak vuole essere un’educazione al dialogo e alla soluzione ragionevole e pacifica dei conflitti. Tutto ciò in un momento storico in cui regnano valori come la discriminazione e la violenza (vedi i numerosi pestaggi, dei quali sono vittima alcuni ragazzi e lo stesso Korczak). Per questa ragione, il protagonista dà vita a una sorta di tribunale in cui sono gli stessi ragazzi a giudicare gli educatori, secondo il principio della messa in discussione di un mondo dominato dalle logiche e dagli interessi degli adulti. In un tale contesto la presenza di Korczak serve ai giovani dell’orfanotrofio per recuperare la fiducia nel futuro (è il caso dell’adolescente Janek, separato dall’amatissima ariana Ewa per ragioni che stanno al di sopra di lui) e per imparare a far tesoro dei sentimenti altrui (Janes accetta il conforto di Natka, sua compagna di sventura, che da tempo lo ama).

Il film insiste sull’estraneità dei piccoli protagonisti alla situazione di cui sono vittime. E da questo punto di vista vengono sottolineati anche gli equilibrismi politici con i quali, per lungo tempo, si riesce a mantenere gli orfani lontani dai persecutori. Offrendo così una visione complessa e problematica della comunità ebraica e sollevando la questione del collaborazionismo e della criminalità attiva all’interno ghetto.

Decisivo, nel lavoro pedagogico svolto da Korczak, è il ruolo del teatro, attraverso la preparazione e messa in scena di uno spettacolo ispirato a un’opera dell’autore indiano Tagore. Qui, insegnando ai bambini a recitare e a entrare in una realtà parallela, li si avvia alla coscienza del fatto che essi sono destinati alla morte. Un’educazione alla morte volta a presentare un tale evento come il più naturale possibile e ad avvolgerlo nella dimensione del sogno e della fantasticheria. E che servirà ad accompagnare i bambini nel viaggio finale, rendendo quest’ultimo il più dolce possibile.

Degna di nota è l’attenzione prestata dal film nei confronti del cinema e del suo ruolo decisivo all’interno della propaganda nazista (Korczak spiega la strategia di Goebbels volta a far leva sullo sprezzante cinismo che bolla gli ebrei come esseri miserabili). Da qui l’invettiva del protagonista (pronunciata, significativamente, nella scena in cui il dottore accompagna un piccolo ospite a fare la pipì in una stanza completamente buia), nei confronti di coloro che, mostrando le sofferenze e le debolezze altrui, le spettacolarizzano strumentalizzandole a proprio vantaggio.

Umberto Mosca

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