7 marzo 2016

CHIEDO ASILO 

chiedo asilo

Italia 1979

di Marco Ferreri

Soggetto: Marco Ferreri; sceneggiatura: M. Ferreri, Gerard Brach, Roberto Benigni; fotografia (col.): Pasquale Rachini; scenografia: Enrico Manelli; montaggio: Mauro Bonanni; musica: Philippe Sarde; interpreti: Roberto Benigni (Roberto), Dominique Laffin (Isabella), Chiara Moretti (Irma), Carlo Monni, Girolamo Marzano, Francesca De Sapio, Luca Levi, i bambini della scuola materna “Peep Bentini” di Bologna; produzione: 23 Giugno/A.M.S. Production/Pacific Business Group; durata: 109’.

Orso d’Oro al Festival di Berlino 1980.

Roberto lavora come educatore in una scuola materna. Nonostante l’opposizione dei colleghi (con l’eccezione del giovane animatore Luca) e dei genitori, tenta di applicare metodi pedagogici innovativi. Nell’istituto conosce Isabella, madre del piccolo Antonio, per amore della quale non esita a lasciare Irma, la donna con cui vive. Roberto si affeziona in particolare a Gianluigi, un bambino che si ostina a non mangiare e a non parlare. Isabella annuncia a Roberto di essere incinta e di voler andare a partorire in Sardegna. La scolaresca accompagna la coppia nel viaggio. Proprio quando Gianluigi inizia a dire qualche parola, entra in acqua insieme a Roberto. Mentre nasce il figlio di Isabella, i due amici scompaiono.

Il film è interpretato dai bambini di una scuola materna del sobborgo bolognese di Corticella, negli anni in cui la legge 401 apriva la professione di maestro in quell’ordine di scuola anche agli uomini. Il protagonista è portatore di metodi pedagogici innovativi liberi dalla saggistica accademica: emblematica è la scena in cui Roberto soppesa i suoi libri di pedagogia, ne recita enfaticamente i titoli, ma poi li lascia lì prima di recarsi al lavoro. Tali metodi sono volti a incrementare la fantasia dei bambini, considerata l’elemento centrale del loro percorso di crescita e formazione. Anziché educarli a inserirsi in una struttura chiusa e piena di regole che anticipa la vita nella grande città, Roberto punta a farli uscire da quella sorta di lager in miniatura che è l’asilo, fatto di balocchi e altri oggetti artificiali. Dopo aver ricevuto in regalo un asino, con cui trascorrere intere giornate, nell’ultima parte del film la scolaresca può godere dell’esperienza eccezionale di una vacanza in quell’ambiente naturale ancora incontaminato che è la Sardegna. Invece di prescrivere comportamenti e di educare proibendo, Roberto asseconda la vivida immaginazione dei piccoli. Egli, con la sua fantasiosa e anarchica intelligenza, è un bambino tra i bambini. Esordisce affermando di essere la nuova maestra, si mette un cuscino sotto la maglia per sembrare più convincente, si chiude in un armadio e si presenta ai piccoli attraverso il finestrino. In un ambiente del genere è normale che l’evento nel quale i bambini si divertono di meno sia proprio la festa di carnevale. Rappresentato nella nuova veste di compagno di giochi, l’educatore-insegnante è anche il portatore di un’inquietudine e di un malessere esistenziale che, non a caso, gli permettono di comprendere meglio i problemi dei suoi scolari.

Tutto il film è una grande metafora secondo la quale, per restituire umanità alla specie umana, è necessario ripartire da un rapporto radicalmente rinnovato con l’infanzia. Secondo tale provocazione i bambini sono i soli che possono salvare il mondo, abbinando la vita allo stato di natura, lontano dal ruolo repressivo delle istituzioni (famiglia, scuola, fabbrica) logorate dal mito del progresso, alle facoltà fantastiche derivanti dal gusto innocente per l’avventura e dalla libera creatività dell’immaginazione. Quest’ultima è rappresentata in particolare dal piccolo Daniele, scappato di casa col suo violino, simbolo dell’artista dissidente che sceglie la speranza della libertà. Prontamente intervenuta sulle tracce del bambino, la polizia diffida dal continuare i suoi metodi educativi Roberto, che ha un passato di ribellione delusa e che fa cantare ai bambini, insieme al collega Luca, i canti della lotta partigiana come a rievocare lo spirito di una stagione di grandi speranze.

D’altro canto, il rifiuto di Gianluigi a mangiare e a parlare è una chiara metafora del non volersi adattare al mondo triste e scolorito preparato dagli adulti, un simbolo forte della natura che non vuole lasciarsi addomesticare dalle regole sociali e della voglia di tornare a ritirarsi nel grembo materno. I bambini diventano così un messaggio di speranza, lo stimolo attraverso cui abbattere le barriere nelle quali è irreggimentata la vita sociale: Roberto li accompagna a trovare i genitori nella fabbrica chimica in cui questi lavorano senza sapere che si stanno avvelenando a poco a poco, e per questo viene accusato di essere un sovversivo. Da parte loro i genitori realizzano una sorta di occupazione dell’asilo, dando vita a un grande picnic nell’istituto. Durante la gita, inoltre, gli scolari collaborano nel ridipingere un vecchio cinema e nell’insegnare l’alfabeto ai pescatori.

Umberto Mosca

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