22 febbraio 2016

BORN INTO BROTHELS

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Born Into Brothels: Calcutta’s Red Light Kids, India/Usa 2004

di Zana Briski e Ross Kauffman

Soggetto, sceneggiatura e fotografia (col.): Zana Briski, Ross Kauffman; montaggio: Nancy Baker, Ross Kauffman; musica: John McDowell; interpreti: Shanti Das, Avijit, Suchitra, Manik, Gour, Puja Mukerjee, Tapasi; direttore di produzione: Geralyn White Dreyfous; produzione: Red Light Films; durata: 85’

Un documentario sulle scioccanti condizioni di vita in cui vivono i bambini nati nei bordelli di Calcutta. Dei piccoli viene illustrato il rapporto con i genitori, l’inserimento in una struttura familiare in cui la prostituzione è una pratica istituzionale, il fatto che spesso e volentieri i giovanissimi siano costretti a lavorare anche per l’intera giornata. Zana e Ross, due fotografe americane che hanno scelto di lavorare con i diseredati della Terra, individuano nella pratica fotografica un prezioso strumento di emancipazione per la vita dei piccoli. Le amiche utilizzano i risultati del loro laboratorio di fotografia per chiedere a varie istituzioni cittadine di permettere ai ragazzini di usufruire di una formazione scolastica.

Questo documentario nasce dalla necessità di dare un’immagine a chi un’immagine non ce l’ha. Nell’ambiente in cui è stato realizzato, quello del quartiere a luci rosse di Calcutta, tutti hanno paura di essere fotografati, di vedere la propria immagine associata a quella del mercato della prostituzione che rappresenta la prima risorsa di sostentamento. La missione realizzata dalle due fotografe e operatrici americane consiste nel far elaborare ai ragazzini che lo abitano un senso di identità che non necessariamente deve coincidere con quello dei loro genitori e parenti. Attraverso l’insegnamento della tecnica fotografica e la possibilità di scattare liberamente molte fotografie sulla propria esperienza quotidiana, Zana Briski e Ross Kauffman danno ai ragazzi uno strumento per cogliere più oggettivamente la propria condizione, ma anche per provare a guardare fuori di essa. Shanti, Avijit, Suchitra e gli altri costruiscono, attraverso lo sguardo della macchina fotografica, una loro visione del mondo, o comunque imparano ad osservare e a scegliere con calma il proprio soggetto. Si tratta di un’efficace tecnica formativa, che educa i protagonisti a non agire solamente di istinto, ma a costruire un’abitudine a guardar meglio e più a fondo, riconoscendo il rapporto evidente che esiste tra le cause e gli effetti. Nel loro percorso di consapevolezza sull’ambiente in cui vivono e crescono, i bambini rimarcano le cattiverie e le maldicenze della gente, come se il degrado materiale del contesto si riflettesse su una percezione del mondo frustrata e infelice. Pur partendo da una matura concezione della vita (uno di loro sostiene che “bisogna accettare il fatto che la vita è triste e dolorosa”, un altro intuisce di poter “fotografare qualcosa che un giorno non ci sarà più”), i bambini del quartiere non mancano di vivere momenti di grande curiosità ed entusiasmo.

Spostandosi in giro col taxi a scattare foto, i piccoli protagonisti si appropriano della città, andando oltre a quel principio di emarginazione che li condannerebbe a vivere esattamente come le proprie famiglie, nello squallore morale. E l’obiettivo di Zana e Ross è proprio quello di invertire il principio secondo cui essi sono destinati a diventare esattamente ciò che sono diventati i loro genitori: si tratta di situazioni in cui l’attività di prostituzione rappresenta un’autentica pratica tradizionale all’interno delle famiglie. In tal senso, il lavoro delle due americane è ancora più difficile, proprio perché devono lottare contro logiche inestirpabili, tanto più rigide nella misura in cui vendere il corpo significa per le donne la possibilità di mantenere l’intera struttura familiare (laddove la maggior parte degli uomini e dei mariti si è smarrita nei fumi della droga e dell’alcol).

Il percorso che le educatrici hanno in mente è quello che conduce alla possibilità di frequentare una scuola che garantisca ai ragazzini una formazione funzionale alla definizione di una scelta alternativa di vita. Condizione essenziale affinché i piccoli, previa autorizzazione dei grandi, possano dedicarsi a tale progetto è il fatto che non risultino positivi al test dell’Hiv. Ci sono molte possibilità che alcuni di loro l’abbiano contratto, ma dopo le analisi risultate negative l’ostacolo più grande che si pone sulla loro strada è l’ottusità dei loro genitori, unita al senso di rassegnazione e di inadeguatezza che colpisce gli stessi protagonisti.

Umberto Mosca

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