GGG – IL GRANDE GIGANTE GENTILE

LO SCHERMO EMPATICO: LE NOSTRE VISIONI CONSAPEVOLI

TRILOGIA DEL FANTASTICO PARTE III

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Nel suo meraviglioso libro “Hybris. La fabbrica del mostro nell’arte
moderna” lo storico dell’arte Jean Clair ricorda che, nella tradizione
greca, i giganti sono nati dalla terra. Figli della Terra e di Urano
(il cielo), sono entità primordiali, potenti, che talvolta conservano
delle loro origini tratti animaleschi primitivi. I giganti abitano
sovente sotto le montagne, in particolare alle pendici dei vulcani, e
incarnano la dismisura e la violenza, praticando il cannibalismo (come
i Lestrigoni che massacrano i compagni di Ulisse). Nella tradizione
cristiana del Medioevo, invece, si diffonde il modello secondo cui
giganti sono gli antichi, mentre i moderni sono dei nani che siedono
sulle loro poderose spalle. In epoca illuminista il gigante viene
interpretato come una figura “lunatica”, simbolo di squilibrio e
irragionevole imprevedibilità. Nel suo romanzo fantastico “The BFG” lo
scrittore per l’infanzia Roald Dahl opera un’originalissima sintesi
tra le differenti mitologie, che Steven Spielberg riprende sfruttando
l’idea della creatura che è gigante e nano insieme. È così i miti
delle origini, attraverso il filtro novecentesco della fantasia di
Dahl, vanno ad arricchire quella nutrita galleria di personaggi
“diversi” narrati da Spielberg che va da “E.T. l’extratterrestre” ad
“A.I. Intelligenza artificiale”, da “Schindler’s List a Lincoln”, da
“Prova a prendermi” a “The Terminal”. Riprendendo certe suggestioni da
cartoon, Spielberg trasforma i giganti in una banda di bulli e fa del
gigante gentile una figura irriducibile a entrambi i mondi: troppo
grande per gli “urbani” e troppo piccolo per gli abitanti delle
montagne.
Un personaggio difforme, doppiamente espressione dell’Hybris, in cui
la “diversità” si trasforma in un valore aggiunto ed è la condizione
per cogliere tutti i rumori più impercettibili come il battito di un
cuore, per ascoltare con le grandi orecchie tutti i segreti mormorii
dell’universo.
Espressione più bella dell’intero film è l’idea per cui le differenze
sono abilissime nell’arte del mimetismo, come capita al gigante nelle
sue sortite notturne e alla piccola Sophia braccata nella caverna del
“mostro”. Ma sono proprio questi due personaggi a portare la
meraviglia nell’esperienza degli altri, a far sì che le abitudini
dell’ordinario e le paure del nuovo si abbandonino al desiderio di
curiosità e agli effetti purificatori del sorprendente. Perché la
meraviglia più grande è quella di cui solitamente non ci si accorge.

Umberto Mosca

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