FUOCOAMMARE

LO SCHERMO EMPATICO: LE NOSTRE VISIONI CONSAPEVOLI

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Parlare di un film partendo dal punto di vista dello spettatore, una
posizione necessaria sia per il regista sia per il mediatore
cinematografico. “Fuocoammare” è un film che ci invita a cambiare i
tempi della visione, un’esperienza che ci propone di riempire
apparenti vuoti narrativi e di significato, che ci convince ad
ascoltare suoni inediti o inusuali, quelli cui tenderemmo a non
prestare attenzione, che ci fanno ridere a un primo ascolto, che non
comprendiamo perché debbano trovarsi in un film. Un film che ci porta
in stanze in cui non abbiamo mai messo piede, che ci spinge nella
ricerca di un “immaginario originale” per ripensare a questi fatti, a
queste cose, lontano dai luoghi comuni dei media, per scriverli in
maniera diversa. Un’opera in cui si allungano le fasi del cosiddetto
“arco di esperienza” della narrazione, dove il “contatto” è quello con
le forme tecnologiche iniziali che rimandano all’iconografia degli
alieni, dove la “familiarità” viene spinta dalle ballate siciliane
arcaiche, dove l’ “immersione” scatta grazie alla simpatia del piccolo
Samuele. Samuele, metafora vivente nell’esemplare viaggio di
formazione di chi spara ai fichi d’India perché se non si ha un nemico
bisogna inventarselo, di chi deve educarsi a guardare anche con
l’occhio sinistro; un soggetto di “identificazione” prezioso per una
visione che, una volta “riemersi” e “distanziati”, a distanza di
tempo, metterà in moto dinamiche psicologiche profonde per piccoli o
grandi cambiamenti.

Umberto Mosca

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