DOCTOR WHO

BINGE WATCHING:
LE FRONTIERE FILOSOFICHE DEL NOSTRO SGURARDO SERIALE

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Sono più di 50 anni che un’ampia porzione di umanità vive e rivive le
avventure del “Doctor Who” perchè è soltanto rivolgendo lo sguardo
verso la propria interiorità che l’individuo può affrancarsi dalle
limitazioni del Tempo e dello Spazio. È nel flusso potenzialmente
infinito dei Ricordi e del riemergere puntuale dei nuovi Progetti,
riassumibili in Storie, che proviamo a renderci autonomi dai nostri
limiti fisici. Una cabina blu volante degli anni Sessanta ci
suggerisce che all’interno dello “spazio interiore” la nostra
percezione del mondo sia ben più ampia di quanto non sia nel concreto
della dimensione fisica (e che lo storytelling innestato dai media, in
questo caso la scatola televisiva, rappresenta un canale
privilegiato per accedere a questo inner space). Una grande metafora
dei processi di Immaginazione, che a fronte delle malattie o delle
crisi apparentemente fatali possono regalarci il riscatto della
“resilienza”, come la chiama Boris Cyrulnik definendo la capacità di
continuare a crescere nonostante tutto, di trasformarsi riscrivendo la
propria struttura cellulare e di ri-progettare quel percorso di
“individuazione” che mira al raggiungimento del vero Sè, fino alla
riconfigurazione della personalità. La valenza educativa originaria
del progetto “Doctor Who”, le cui linee narrative incrociano come in
un’Enciclopedia vintage personaggi celebri della Storia, ci dice anche
della Fede nella Conoscenza come condizione essenziale per solleticare
il nostro anelito di immortalità. Se l’esigenza di personaggi
sfaccettati e complessi, in costante evoluzione, rappresenta una
componente strategica per il successo delle serie, le molteplici
trasformazioni del Doctor Who ne costituiscono il punto di partenza e
l’ineguagliabile archetipo.

Umberto Mosca

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