IL GRANDE QUADERNO

LO SCHERMO EMPATICO: LE NOSTRE VISIONI CONSAPEVOLI

il grande quaderno

Lo spettacolo della Storia, ma non quello esaltante degli eserciti che si fronteggiano, delle carrellate epiche sulle battaglie nei cieli, sui sentimenti struggenti delle separazioni e dei ritorni a casa. Uno spettacolo desolante dove le azioni della Storia sono relegate nel fuoricampo, delegate a un’ombra o a un rumore, spesso invisibili e impercettibili, se non nei riflessi indiretti sui personaggi e sulle loro vite. Un film diverso, non ancora scritto e da scrivere attraverso lo sguardo “doppio” dei gemellini ungheresi, una sorta di 3D dell’orrore accompagnato dalla luce opaca di una fotografia che interpreta la visione interiore dei protagonisti, la traumatica separazione dai genitori, l’esposizione ad avvenimenti imprevisti e indecifrabili, un’educazione sentimentale crudele e spietata.
Tratto da uno dei libri della “Trilogia della città di K.” di Àgota Kristóf, “Il grande quaderno” è un romanzo di formazione che il regista ungherese Janos Szasz traspone attraverso la metafora cinematografica della “visione”.
Il dono di un quaderno bianco in partenza per il fronte: è scoppiata la guerra e si appuntiscono le matite. Ciò che lo spettatore vedrà dipanarsi davanti ai propri occhi non sarà tanto la soggettiva diretta, oggettiva, dei due giovani protagonisti di fronte ai fatti, quanto la loro affabulante interpretazione, la traduzione emozionalmente esposta di eventi sempre nuovi, spesso terribili per impatto e insostenibilità. Janos Szasz sembra aver voluto allestire un saggio rivolto agli spettatori più giovani, separando l’orrore dai più rassicuranti contenitori narrativi dei codici di genere, invitandoli a ritrovarlo negli effetti collaterali della Storia, a riconoscerlo nello sguardo allucinato dei suoi involontari comprimari.
Perché qui, come in quell’altra superba elegia ungherese che è “Il figlio di Saul”, sono in gioco le sorti di una certa visione del cinema, la convinzione che la condivisione delle sofferenze altrui non possa prescindere da una scomodissima esperienza di stile. Narrazioni al cospetto delle quali vorremmo poter fuggire, correre via per nasconderci, come le fiabe non edulcorate che si raccontavano un tempo.

BREVE APPROFONDIMENTO PSICOLOGICO

Il film descrive la dissociazione tra mente e corpo, pensiero ed emozione in una crescita che avanza progressivamente insieme al trauma e attorno ad esso prende forma. Questa tipica organizzazione difensiva, descrive l’adattamento e il conformismo al mondo degli adulti al quale sono chiamati a rispondere i bambini se, per mancanza o inaccessibilità della mamma, sono costretti a dover sacrificare l’infanzia. A ricordare a tutti che l’impulso vitale è dato dal legame con la madre e che senza le cure primarie, parliamo invece di sopravvivenza.

PAROLE CHIAVE: Abbandono, Maltrattamento, Esperienze Sfavorevoli Infantili, Trauma, Guerra, Dissociazione.
AREE TEMATICHE: Benessere e Film Therapy, Famiglie, Scuola e Formazione.

LETTURE CONSIGLIATE:
S. Ferenczi Il bambino indesiderato e il suo istinto di morte. In: Fondamenti di psicoanalisi, Vol. 3. Guaraldi, Rimini 1974; Il bambino mal accolto e la sua pulsione di morte. In Opere, vol. 4. R. Cortina, Milano 2002.
B. Van Der Kolk Quando il corpo accusa il colpo. Cortina, Milano, 2015.
D.W. Winnicott Il bambino deprivato. Cortina, Milano 1986.

Umberto Mosca – Martina Zilio

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