SUFFRAGETTE

LO SCHERMO EMPATICO: LE NOSTRE VISIONI CONSAPEVOLI

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Raccontando la storia di Maud Watts, giovane donna che nella Londra del 1912 lavora in una lavanderia industriale, Suffragette è un film che riflette essenzialmente su due grandi temi della nostra contemporaneità, sul rapporto tra le intenzioni di cambiamento e i mezzi utilizzati per ottenerlo, e sulle incongruenze tra i fatti reali e la loro rappresentazione mediatica.
Cento anni dopo gli eventi che il film ricostruisce, emerge l’immagine di un’Europa dei primi Novecento dove i “confini sociali” sono ermeticamente chiusi e dove i diritti scelgono di farsi strada con una violenza altamente simbolica, ma anche fragorosamente fattuale. Sassi lanciati contro le vetrine, attentati alle linee telegrafiche, bombe in edifici istituzionali deserti, incatenamenti e scioperi della fame: soluzioni specifiche di intervento che portano lo spettatore attento a riflettere sulle differenze, a uscire dalle semplificazioni e dalle strumentalizzazioni degli organi di informazione. Ma, soprattutto, ad aprire un’improcrastinabile riflessione sulla questione dei diritti sociali e dell’individuo, su quello “stato di diritto” di cui l’Europa è la culla e, oggi, parallelamente il vero cantiere di crisi per la costruzione del mondo di domani.
Ancora una volta il cinema, la visione di un film, costituisce l’esperienza preziosa di una “visione laterale” che ci affranca dai cliché, non solo l’opportunità di una rappresentazione di lunga durata (quella, appunto di un lungometraggio) che ha dunque l’obbligo della coerenza e di una “chiara visione”, ma anche l’occasione per innescare illuminanti relazioni tra i fatti di ieri e la percezione dell’oggetto. Un film che ci avverte sul rischio di chiudere a tutte le legittime forze del cambiamento in nome della risposta agli attacchi stragisti delle forze di conservazione e reazione operanti nel mondo. Un film che riporta l’attenzione sul valore simbolico e culturale dell’opera cinematografica, sopratutto quando è sceneggiata e messa in scena per rivolgersi al pubblico più numeroso, a quella potente sinergia che è la “ragione logopatica” alla base della visione, cioè a quell’insieme di emozione e discorso che più di ogni cosa può far muovere le persone e dar loro nuovi significati.

Umberto Mosca – Martina Zilio

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