CAROL

LO SCHERMO EMPATICO: LE NOSTRE VISIONI CONSAPEVOLI

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Todd Haynes, regista e sceneggiatore, è l’autore cinematografico delle differenze e delle identità divergenti, che scandiscono la sua misuratissima filmografia: le allergie di Safe, il glamour bisessuale di Velvet Goldmine, lo scandalo interrazziale di Lontano dal paradiso, i tanti corpi di Bob Dylan in Io non sono qui.
Carol inizia con il primo piano della griglia di un tombino, che esprime separazione, invalicabilità, accesso alle zone profonde. Tutto il film è segnato dallo straordinario gusto visivo del regista, che osserva gli oggetti per la forza simbolica che esprimono, indipendente dal significato che ciascun spettatore può attribuire loro. Come il trenino giocattolo, che si può sempre far partire, ma che alla fine gira sempre su se stesso, o come le linee architettoniche degli interni, che separano o uniscono i personaggi.
Immagini che rivelano la sensualità di una soggettiva molto ravvicinata, la voluttà di uno sguardo, l’impressione tattile di un rullino caricato in una piccola macchina fotografica, le sensazioni una nevicata che riportano all’infanzia.
Perché Carol è prima di tutto un film sul desiderio, che sottolinea l’essenza visiva di esso (come la scena del primo incontro, narrata senza parole, soltanto attraverso gli sguardi), e per questa ragione è anche un sentitissimo omaggio al cinema e ai suoi meccanismi di coinvolgimento dello spettatore.
Come sottolinea la passione di Therese per la fotografia, il desiderio è l’espressione di un corrispondente “interesse”, un’attenzione per la persona e un suo riconoscimento che Carol ha bisogno di sentire per affrancarsi da quei cliché familiari in cui vive immersa e di cui la Legge riflette l’ordine morale. È qui che il film assume quel valore politico che hanno tutti film dell’autore, con la rappresentazione delle diverse classi sociali nell’America dei fifties, con l’aggrovigliato intreccio tra la dimensione personale e le norme sociali in cui si deve districare l’individuo per costruirsi un’identità che gli permetta di realizzarsi, a costo di diventare crudele e irresponsabile, oppure di esser considerata malato.
Se l’America degli anni Cinquanta, con i suoi pregiudizi, è l’ordine superiore da cui difendersi, c’è sempre il mito (tradizionalmente virile) del viaggio al West, qui declinato al femminile, per scatenare l’evocativo collegamento tra viaggio, libertà e desiderio. Ma poiché il treno finisce sempre per girare su se stesso, ecco che la capacità di dare un senso al presente senza rinnegare il passato diventa l’unica soluzione vincente, l’indice di una maturità e di un senso dell’equilibrio e della responsabilità superiori e preziosi.
Che cosa ne sarebbe del cinema, del desiderio, dell’amore puro, se un film non avesse ancora il potere di costringerci a struggerci per un controcampo che tarda ad arrivare? Haynes ci fa piangere con l’intensità irresistibile dei classici meccanismi del melodramma cinematografico; lo fa narrando l’amore tra due donne: sarà per questo che ha ricevuto soltanto nomination?

BREVE APPROFONDIMENTO PSICOLOGICO

Carol é un film sulle differenze.
Il femminile convenzionale e gli stereotipi, reprimono l’identità autentica delle due protagoniste, differenti anch’esse per età e ceto sociale. Emerge dallo sfondo, dopo il loro incontro, la coppia in crisi, la violenza, la difficoltà ad accettare le rigidità della famiglia tradizionale e l’impossibilità di negare la propria omosessualità. Il falso sé lascia così lo spazio alla consapevolezza del proprio Sé autentico, una crescita che, come ogni passaggio evolutivo, comporta inevitabilmente una perdita.

LETTURE CONSIGLIATE

J. Baldaro Verde ” Illusioni d’amore” Raffaello Cortina Ed., Milano, 1992.

V. Lingiardi “Citizen Gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale” Il Saggiatore, Milano, 2007. M. Mead “Maschio e Femmina” Il Saggiatore, Milano, 1962.

Umberto Mosca – Martina Zilio

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