AMY

LO SCHERMO EMPATICO: LE NOSTRE VISIONI CONSAPEVOLI

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C’è un grande mito che segna la storia di tutta la musica pop sin dai suoi albori negli anni Cinquanta. Questo mito è il mito dell'”autenticità”. Si tratta di una costruzione culturale, che cresce intorno agli artisti musicali, spesso molto giovani, alle prese con un pubblico di coetanei di cui devono intercettare l’interesse e di fronte ai quali devono valorizzare la propria spontaneità e garantire la sincerità delle cose cantate. Parallelamente, di questa “autenticità” l’industria discografica e cinematografica dei consumi giovanili fa un cavallo di battaglia, sfruttando la capacità degli artisti di abbattere ogni barriera comunicativa e di apparire allo stesso livello del proprio pubblico. Ciò spiega perché il mito cultuale dell’autenticità accompagni l’immaginario pop fino al giorni nostri e sia stato un elemento decisivo del percorso artistico e umano di Amy Winehouse. Quello dell’autenticità è anche un potente mito adolescenziale, in quando esprime la necessità di guardarsi dentro e di trovare l’immagine di se stessi che meglio può integrarsi con l’immagine del mondo. In questa prospettiva si devono leggere i pochi riferimenti alla sua idiosincrasia verso gli effetti digitali: la musica deve essere registrata rigorosamente dal vivo.
Queste semplici considerazioni ci dicono come Amy sia un film decisamente orientato sulla persona Amy Winehouse più che su una cultura giovanile di riferimento. Intanto perché le poche cose che emergono rispetto alla musica sono fortemente incentrate sulla dimensione privata, come sottolinea un’affermaziome della giovane protagonista: “Non scrivo niente a meno che non sia personale, che non l’abbia vissuto”. Sarà perché i primi anni Duemila in cui la giovane ebrea di North London inizia la sua attività musicale non sono certo un periodo culturale di cui sia rimasto un ricordo memorabile nell’immaginario collettivo, ma soprattutto perché la formazione jazzistica di Amy la porta ad essere decisamente fuori dal tempo. Si dice di lei che sia “un’anima antica in un corpo molto giovane” e, soprattutto, Amy dice di aver iniziato a comporre perché in quel periodo non c’era niente di nuovo che potesse ascoltare. In mancanza di ciò, Amy decide di ascoltare se stessa, usando la propria musica come cassa di risonanza della sua vita interiore (le sue poesie sono già canzoni), come quando inizia a guadagnare qualcosa e corona il grande desiderio di avere un appartamento tutto per sé, in cui scrivere canzoni e fumare erba, al sicuro dai pallidi divieti imposti dalla madre.
Il film spiega come Amy viva la separazione dei genitori come un’occasione di libertà, e al contempo racconta degli antidepressivi dall’età di tredici anni e della musica che aiuta a superare la depressione. Le sue canzoni dicono di Amy che non può “fare a meno di dimostrare il mio destino freudiano” e che “ora il mio lato distruttivo è cresciuto di un miglio”. Insistendo sulle corrispondenze tra composizioni ed espressione dell’interiorità, il film ci aiuta a capire come l’esperienza con Blake, nome che evoca immaginari oscuri, trovi nelle droghe pesanti un’occasione ulteriore per soddisfare radicalmente la pulsione a perdersi dentro se stessi e fuori dal mondo.
È sul crudele sguardo del mondo che Amy afferma le sue convinzioni più certe, moltiplicando attraverso l’effetto dei flash la crudele aggressività dei media. È l’ambigua intenzione con cui ci si deve confrontare quando un obiettivo si concentra insistentemente sulla vita di qualcuno. Bisogna esserne consapevoli, dopo di che questo film conferma come il cinema funzioni come “lente di ingrandimento” sulle cose dall’immagine più incerta, e ci convince come le persone, osservate attraverso questa lente, possano risultare un po’ meno un’enigma e diventino un’esperienza per prendere coscienza e imparare il linguaggio della solidarietà.

BREVE APPROFONDIMENTO PSICOLOGICO

Da un punto di vista evolutivo la dipendenza è una fase che il soggetto deve attraversare per portare a compimento processi di individuazione e autonomizzazione. La dipendenza patologica nasce e si sviluppa in un contesto familiare sfavorevole e la persona tende a creare legami con oggetti disfunzionali ma che in origine hanno funzionato come autoterapia. Il film mostra il vuoto, la solitudine e il disperato tentativo di riempire quell’abisso attraverso comportamenti alimentari e di abuso di sostanze compulsivi. Una solitudine incolmabile e un trauma riproposto dal legame fortemente dipendente che non può curare ma che, anzi, intrappola Amy per sempre in una eterna infanzia infelice.

LETTURE CONSIGLIATE

L. Cancrini “La Cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline” Raffaello cortina Ed.,Milano, 2013.

M. Selvini Palazzoli “L’Anoressia Mentale. Dalla terapia individuale alla terapia familiare”, Raffaello Cortina Ed., Milano, 2006.

Umberto Mosca – Martina Zilio

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